Conversazioni sull'etica

Ludwig Wittgenstein

 

Quando diciamo che quest'uomo è un buon pianista, vogliamo intendere che può suonare pezzi di un certo grado di difficoltà con un certo grado di destrezza. E similmente se dico che per me è importante non prendere freddo, voglio significare con questo che prendere un raffreddore produce certi disturbi, descrivibili, nella mia vita, e se dico che questa è la strada giusta, voglio dire che è giusta relativamente a una certa meta. Usate in tal modo, queste espressioni non presentano problemi gravi e di difficile soluzione. Ma questo non è il modo in cui l'etica le usa. 

Supponiamo che io giochi a tennis e che uno di voi mi veda giocare e dica "In realtà lei gioca abbastanza male". Supponiamo che io replichi "Lo so, gioco male ma non voglio giocare meglio"; quell'uno di voi potrebbe allora solo dire "Ah, se è così va tutto bene". Ma supponiamo invece che io abbia detto a uno di voi una bugia assurda e che costui venga da me e mi dica "Lei si comporta come un disgraziato", e io gli risponda "Lo so di comportarmi male, ma non voglio comportarmi meglio", potrebbe forse dire costui "Ah, se è così va tutto bene"? Certamente no; direbbe piuttosto "Ma lei dovrebbe desiderare di comportarsi meglio". Qui abbiamo un giudizio assoluto di valore, mentre il primo era un caso di giudizio relativo. L'essenza  di questa differenza sembra, ovviamente, essere questa: ogni giudizio di valore relativo è una pura asserzione di fatti e può quindi essere espresso in una forma tale da perdere del tutto l'aspetto di un giudizio di valore. 

Ora, io voglio affermare che, mentre si può mostrare come tutti i giudizi di valore relativo siano pure asserzioni di fatti, nessuna asserzione di fatti può mai essere, o implicare, un giudizio di valore assoluto. Non vi sono proposizioni che, in qualsiasi senso assoluto, sono sublimi, importanti o correnti

Se, per esempio, nel vostro libro universale leggiamo la descrizione di un delitto, compresi i particolari fisici e psicologici, la pura descrizione di questi fatti non conterrà nulla che potremmo chiamare una proposizione etica. Il delitto sarà esattamente sullo stesso livello di un qualsiasi altro evento, per esempio la caduta di una pietra. Certo, la lettura di questa descrizione può causarci dolore o rabbia, o ogni altra emozione, oppure possiamo leggere del dolore e della rabbia causati da questo assassinio in altri quando ne ebbero notizia, ma saranno sempre fatti, semplicemente, fatti e fatti, e non etica. 

Vediamo ora che cosa potremmo eventualmente volere dire con l'espressione "la via assolutamente giusta". Penso sarebbe la via che ciascuno, vedendola, dovrebbe per necessità logica percorrere, o vergognarsi di non farlo. E, similmente, il "bene assoluto", se è uno stato di cose descrivibile, sarebbe quello che chiunque, indipendentemente dai propri gusti e dalle proprie inclinazioni, dovrebbe necessariamente conseguire, o sentirsi colpevole per non conseguirlo. Voglio dire, inoltre, che un simile stato di cose è una chimera. Ma allora, tutti noi che, e io tra questi, siamo tuttavia tentati di usare espressioni come "bene assoluto", "valore assoluto", ecc., che cosa abbiamo in mente, e che cosa cerchiamo di esprimere? 

E sempre mi capita che mi si presenti l'idea di un'esperienza particolare che quindi è, in un certo senso, la mia esperienza per eccellenza. Credo che il modo migliore di descriverla sia dire che, quando io ho questa esperienza, mi meraviglio per l'esistenza del mondo. Farò menzione di un'altra esperienza, subito, che mi è pure nota e che può essere nota anche ad alcuni di voi: l'esperienza, si potrebbe dire, di sentirsi assolutamente al sicuro. Intendo lo stato d'animo in cui si è portati a dire "Sono al sicuro, nulla può recarmi danno, qualsiasi cosa accada". Dire "Mi meraviglio di questo e di quest'altro" ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così. Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l'esistenza del mondo poiché non posso immaginarlo non esistente. Essere al sicuro significa, essenzialmente, l'impossibilità fisica che mi possano capitare certe cose, e quindi non ha senso dire che io sono al sicuro, qualsiasi cosa capiti. 

Vorrei ora imprimere nella vostra mente che un certo caratteristico uso errato della nostra lingua percorre tutte le espressioni etiche e religiose. Così sembra che nel linguaggio etico e religioso noi usiamo sempre similitudini. Ma una similitudine deve essere una similitudine per qualcosa, e se posso descrivere un fatto usando una similitudine, devo anche essere in grado di toglier via questa e di descriverlo senza di essa. Ora, nel nostro caso, se cerchiamo di eliminare la similitudine e di asserire semplicemente i fatti che vi stanno dietro, troviamo che questi fatti non ci sono. Così, quanto sembrava dapprima una similitudine, appare come un puro nonsenso. 

La mia tendenza e, io ritengo, la tendenza di tutti coloro che hanno mai cercato di scrivere o di parlare di etica o di religione, è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Quest'avventarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L'etica, in quanto sorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l'assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. 


Nell'etica si compie sempre il tentativo di dire qualcosa che non riguarda e non potrà mai riguardare l'essenza della cosa. E' a priori certo che qualsiasi definizione si possa dare del Bene, è sempre un malinteso supporre che nella formulazione si esprima ciò che in realtà si vuol dire. 

Secondo l'interpretazione più superficiale, il Bene è bene perché Dio lo vuole; secondo l'interpretazione più profonda, Dio vuole il Bene perché è bene. Io penso che sia più profonda la prima concezione: Bene è ciò che Dio ordina. Infatti, taglia la strada a ogni possibile spiegazione del perché sia bene, mentre proprio la seconda concezione è superficiale, razionalistica, operando "come se" ciò che è bene potesse essere ulteriormente fondato.